È andata come è andata.

La bellezza è anche una opportunità di “conoscenza”, la musica rientra in queste. Nei due giorni del JBP, c’erano “nostri” giovani, figli, e figli di amici che si “imbucavano” o quantomeno cercavano di farlo, nel backstage con questa bellezza negli occhi e nel cuore, altri che semplicemente si divertivano come ci si diverte per qualsiasi passione con genitori più gasati di loro come accadeva sulla spiaggia del BACK TO FLORA, dove i piedi alzavano i granelli di sabbia al ritmo della musica che fù la colonna sonora degli anni 80. Le cose bisogna conoscerle veramente,  non crearsi trincee di sapienza per ergersi a paladini di NULLA specie su letamai social atti a insultare e denigrare operati e soprattutto persone. Chi non sta bene con sé stesso non sta bene con gli altri, ha bisogno di cure, e se le rifiuta l’unica opportunità è il SILENZIO. Questo aiuta allo stesso modo dei farmaci o delle parole a “VANVERA”, e per conoscere il significato di questa ultima parola, basta navigare su Google data la saggezza internettiana vantata. Il paese è piccolo quanto basta per aver letto gente sparare a ZERO su temi importanti prima, e dopo “ballare” come matti sugli stessi e sulla stessa sabbia. Gente che ruba immagini di felicità altrui, postate per ringraziare chi si fa in quattro per la sicurezza di un evento, solo per il gusto di puntare il dito su ogni cosa. Come su quella foto semplice, ricavata da un ledwall, di “APRI TUTTE LE PORTE” e dove qualcuno mi ha scritto, anzi continuato la frase…”Si ma avete chiuso il mare” . Se chi ha dato sfogo al commento, si fosse spostato solo di poche centinaia di metri più a sud, e avesse dato lo stesso occhio alla tenda della CRI che ancora ospita chi è arrivato qualche giorno fa, proprio da quel mare “NOSTRUM” apertissimo e accogliente, avrebbe dedotto che invece è tutt’altro che chiuso come la sua mente. Una sorta di legge del contrappasso quindi, che ormai domina le scene ma solo quelle virtuali, senza vedere mai ombra di alcun Don Chisciotte con lancia e cavallo contro le VERE inefficienze e deficienze di questa povera terra. Poi, se su un sito si scrive che l’acqua in natura ha il sapore della cioccolata, e chi legge ci crede come se l’avesse bevuta, sono problemi suoi, senza sforzarsi però di convincere nessuno. Anche quando ho scritto ieri, “VORREI MA NON POSTO”, citando J-Ax, era perché lungo tutta la strada che stavo percorrendo, vedevo con i miei occhi, e con ancora buone diottrie, quello che tanti avevano la necessità evidente di negare per FORZA…locali compresi. Brutto dirlo, triste constare che non si cerchi di remare verso una unica direzione, che ognuno non si sforzi di mediare, o meglio di rimboccarsi le maniche senza attirare a sé compiacimento mediatico e aizzare le folle. Non è diritto di parola o di pensiero quello che si è letto, ma distruzione di quel poco che si cerca di fare in questo lembo di terra destinata all’eterno non sviluppo, perché se non cambierà la mentalità, dei calabresi, non cambierà la Calabria. Non è essere di parte, ma cercare di essere meno soggettivi lasciando posto a qualche briciola di altruismo. Sentire gente venuta da fuori regione, far complimenti, è una bella cosa, leggere idiozie celate dietro false ideologie e tutt’altro. Vedere una tribù che balla e lasciare con ordine ed educazione civica quel posto è una lezione di comunità e di civiltà. Purtroppo alcuni non lo capiscono o si fingono poco intelligenti, e davanti ad ogni situazione gli è più comodo scegliere la strada dell’immobilismo, vivere di meravigliose albe e bellissimi tramonti, ma nulla di più.

“…Ma è andata come è andata,
è stato quel che è stato
E (forse) non ritornerà.
Ma è andata come è andata
Ho fatto del mio meglio
E comunque siamo qua…”

Questa NON È di Lorenzo Cherubini in arte JOVANOTTI, e chi ama la musica lo sa.

Prendiamo la vita con leggerezza e con quello che dà, che il bel torpore invernale, quello, non ce lo toglie nessuno.

di Pino Curtale

Incontri persone che ti dimenticano. Dimentichi persone che incontri. Ma a volte incontri persone che non puoi dimenticare. Quelli sono i tuoi veri amici. (Mark Twain)

Parto da un concetto che trova spazio nel ricordo di un Amico. 

Se oggi domandassero a un ragazzo: Cosa è per te la musica ?, penso potrebbe risponderebbe che è qualcosa da ascoltare e che ti prende…

Io invece vorrei cercare di spiegargli che la musica unisce popoli, generazioni, anime, cuori. Un linguaggio universale che parla la lingua dell’Amicizia, e non ha bisogno di interpreti, un comune denominatore con cui si creano obiettivi, si lavora, e si VIVE.

Ecco, il mio Amico Giuseppe, la musica la aveva dentro, e per lei viveva, tanto da addebitarsi il nome “REMIX”, fino a far nascere la sua attività commerciale di dischi e hi-fi. Ma dietro il banco vendita, in realtà, coltivava la passione dello spettacolo, contattava e conosceva tanti artisti, progettava eventi. Nelle sue vene scorrevano le note, nel suo cuore pulsava l’allegria oltre al coraggio di “buttarsi” nelle imprese, e che riusciva a trasmettere agli altri. Le Amicizie vere nascono così, con ideali e fini comuni, con il continuo programmare qualcosa di bello, con il non aver timore di chiedere collaborazione, perché sai che non riceverai mai dei NO. Io ho abbracciato questo suo “essere”, l’ho affiancato e ho percorso con esso un bel pò di tempo, dal divertimento nel prendere appunti e abbozzare schizzi di scenografie, davanti un panino ed una birra, tirare a pari e dispari per chi dei due era più ottimista, fino al puro cazzeggio mentre si sciava sulle nevi delle Dolomiti, e far a gara per arrivare primi. Ma primi dove ? in che cosa ? Me lo domando ancora, quando penso che la vita non la comandi tu e non fai neppure in tempo ad immaginarti come sarà quella cosa che avevi immaginato di realizzare. Ti svegli come da un lungo sonno, e ti rendi conto che quel progetto di cui parlavamo tanto, non si è mai realizzato, perché sono 10 ANNI che Giuseppe, il tuo Amico, ha salutato tutti ed è partito, …così ha deciso qualcuno al posto suo. Però quella foto nel portafogli, è sempre lì, salta fuori spesso con il sorriso di sempre, e con dietro quella frase che considera l’amicizia un pentagramma. Quando chi sa benissimo quanto significhi ancora per te, ti telefona per ricordarti del tempo che è passato inesorabile e veloce, al quale magari non facevi più caso, allora si riavvolge il nastro, e torni indietro. Pensi che magari qualcosa di spettacolare lo si può organizzare, riprendere in mano quegli schizzi, quella ipotetica scaletta, quella idea visionaria, …anzi NO, è stato solo un flash, non sarebbe la stessa cosa, perché quando uno spettacolo finisce, si spengono le luci, si chiude il sipario, sul palco devono esserci TUTTI, e se manca qualcuno, preferisco meglio i lunghi applausi immaginari ad un posto rimasto terribilmente vuoto. Ciao Giù !! La vita è bella nonostante tutto, spesso è una scommessa, ma il tempo ed il destino sono due brutte bestie difficili da domare.

di Pino Curtale

“Io vedo che, quando allargo le braccia, i muri cadono…” (Don Andrea Gallo)

Roccella gli sbarchi li ha sempre vissuti, è stata sempre applaudita per l’accoglienza riservata a chi ha attraversato il mare in qualunque condizione, pur essendo soltanto un punto di primo soccorso del tempo max di 3-4 g. Io non ho mai fotografato i tanti sguardi, la tristezza mista alla felicità, e l’innocenza dei più giovani che arrivano qui, le uniche sono queste che qui allego. Ho quindi soltanto scattato durante uno sbarco da lontano, ma ho ascoltato da chi invece in prima linea lo ha fatto, e ancora ricordo quando per la prima volta ho visto il filmato “Angeli senza ali” di Roberto Naldi operatore della RAI TgR e dedicato agli uomini e donne che stanno dietro la macchina dei soccorsi. L’ho voluto riportare in calce quel filmato, perché ora siamo in condizioni ben diverse oltre che lontane da quel 2013, anno in cui è stato realizzato. L’ho guardato mille volte, ma ricordo ancora di più quell’inverno del 2010 e quei 7 teli bianchi sulla spiaggia antistante la stazione di servizio alle porte di questo paesello. L’immane fatica dei numerosi volontari della CRI e della Protezione Civile ad accogliere questa povera gente, però è ripagata con la bellezza dei loro occhi lucidi di gioia, o della meraviglia delle varie maternità che si trovano davanti. A specchiarti in quegli occhi, quasi scompare la tristezza, ma se è vero che sono lo specchio dell’anima, in essi si dovrebbe riflettere l’umanità. Non ho mai discusso dell’annoso problema geopolitico, delle negligenze, o delle incongruenze, e se vogliamo dei lucri, della gestione a livello europeo prima e nazionale dopo. Ma l’umanità, è altra cosa, e l’accoglienza deve essere fatta come si deve, soprattutto in maniera dignitosa. Roccella questa dignità cerca di darla con tutta se stessa, ma mai si sarebbe potuto immaginare un flusso così di migranti aumentati per la sola colpa di avere un porto, un approdo sicuro. Essere oggi diventati o chiamati la “Nuova Lampedusa”, non è dispregiativo come qualcuno magari pensa, ma è riferito appunto alla grande e grave emergenza. Si, perchè di questo si tratta, e gli appelli, alle istituzioni lasciano il tempo che trovano (come sempre del resto). Serve una risposta adeguata, e soprattutto ORA, prima che possa accadere qualcosa di grave. Il sindaco di appelli ne ha lanciati tanti, e conoscendolo personalmente anche come amico, vi posso assicurare che non è uno di facile resa, ma esige soltanto che l’accoglienza sia degna, e che quando se ne parla, lo si possa fare con la coscienza pulita oltre che con vanto.

Di seguito l’ennesimo richiamo al governo nazionale e regionale alle proprie responsabilità.

“Negli ultimi due giorni a Roccella si sono registrati 6 sbarchi con 672 migranti giunti nel porto delle Grazie. Nel mese di ottobre sono stati 11 gli sbarchi che hanno richiesto assistenza per 1.254 migranti. Più del totale dei migranti giunti nel 2020. Da inizio anno sono 3.250 i migranti giunti a Roccella. Quasi 9 volte il numero di migranti del 2019 e più del doppio di quelli giunti nel 2020. Quello che era sotto gli occhi di tutti e che qualche giornalista più attento di altri da tempo denunciava è successo: si è rafforzata la rotta di immigrazione che dal Medio Oriente punta sulla costa jonica calabrese. Da mesi diciamo che la situazione di Roccella è unica nel panorama nazionale. Non esiste nessun altro Comune che come ente territoriale sia stato chiamato a dover gestire l’assistenza per così tanti migranti e per così lungo tempo. Da luglio i volontari, la Croce Rossa, gli operatori comunali e gli uffici lavorano ogni giorno per la gestione dell’assistenza agli sbarchi. Non abbiamo né autonomia di spesa né forza finanziaria per sopportare questo gravoso impegno e per questo abbiamo chiesto da tempo al Ministero di affiancarci concretamente e immediatamente nello svolgimento di impegni il cui assolvimento, data la natura del fenomeno, non può più essere richiesto al Comune. Lo scorso giovedì sera per la prima volta non si è riusciti a dare dignitosa sistemazione a 100 migranti, che hanno passato tutta la notte e gran parte della giornata successiva seduti in banchina al Porto delle Grazie. Senza servizi igienici e con i vestiti che indossavano da una settimana. Assistiti dai volontari che hanno fatto l’impossibile per rendere accettabile questa situazione estrema. Il Comune, per la prima volta, non c’era. Perché tutte le nostre forze, come abbiamo scritto alle competenti autorità, sono impegnate nell’assistenza ai migranti al Centro di primo soccorso, che ospita costantemente 150 migranti ormai da più di un mese e le cui condizioni iniziano ad essere precarie. Abbiamo rappresentato tutte queste difficoltà alle superiori autorità ministeriali, dalle quali abbiamo ricevuto assicurazione sulla volontà di strutturare meglio l’accoglienza per il futuro, ma che non hanno ancora offerto soluzioni immediate che possano alleviare l’impegno del Comune e della macchina dei soccorsi che è allo stremo delle forze. La gestione di questo fenomeno non può più essere affidata al solo Comune di Roccella e necessita di una regia, di un potere decisionale e di competenze specifiche adeguate alle necessità. Potere decisionale e competenze che il nostro comune non ha. Bisogna intervenire subito, perché nulla fa pensare che gli sbarchi rallenteranno. Noi tutti, la nostra comunità, gli operatori, gli uffici comunali e i volontari, tutti assieme continueremo a fare la nostra parte, ma siamo convinti che questa volta non basti. Roccella ha fatto tantissimo, ma non può fare l’impossibile. Nessuno è tenuto all’impossibile e a nessuno può essere chiesto l’impossibile. Speriamo che nei prossimi giorni qualcosa si muova, prima che sia tardi.”

Il Sindaco – Dott. Vittorio Zito

di Pino Curtale

Ogni uomo è colpevole di tutto il bene che non ha fatto.(Voltaire)

Quando una notizia fa scalpore la si insegue, ma qualunque essa sia, nel bene e nel male, rischia di investire, coinvolgere e stravolgere le menti e le morali. Per cui ho deciso di scrivere questo pezzo per chi si sente coinvolto, e per chi invece dal di fuori segue i media, e dei fatti ne è semplice spettatore oltre che ipotetico giudice pensante. Ho sempre cercato di raccontare le storie che ascoltavo, ho provato a raccontarle scrivendo, ma spesso ho dimenticato pezzi importanti della narrazione. Allora poi ho deciso di farlo inserendo immagini di attimi che si susseguivano, e nonostante ciò, ho capito che quello che avevo tralasciato nei racconti, non erano dimenticanze, ma erano solo quelle parti che volevano rimanere nel mio cuore. Documentare gli eventi, in alcuni casi, va oltre quello che ti eri prefissato di fare, va oltre la divulgazione, e oltre la spettacolarità. Vi sono volti, lacrime, sorrisi, emozioni che sono parte di te che ami fare questo lavoro, che vorresti stare in mezzo alla gente, e capire la loro lingua, fatta di gesti, di sguardi, e soprattutto di amore per la vita, ma anche di tanta riflessione sugli eventuali errori che si compiono.

Anni fa ho iniziato il mio percorso con l’UNITALSI, non è stato facile e scontato come potrebbe sembrare, in quanto è accaduto si per caso, ma in modo ragionato e consapevole, e l’ho sempre raccontato tantissime volte a chi me lo ha chiesto per pubblicare la mia testimonianza. Oggi però per quel grave episodio che ha coinvolto l’associazione (TUTTA), e che sta rimbalzando come una palla da tennis sulla rete, ritengo che sia giusto raccontare nuovamente questo pezzetto di storia della mia strada. Se non altro perchè credo che le notizie della stampa e a seguire, date in pasto ai social, sono potenzialmente armi da maneggiare con cura e attenzione. Ma certamente senza nulla togliere al corso, seppur lento, degli accertamenti di verità sulla gravità della vicenda, e alla giustizia preposta a punire eventuali colpevoli, i titoloni poi sono quelli che spingono ancora di più a lavare le menti, spesso senza neppure diritto di replica. Comincio quindi facendo un passo indietro nel tempo…

C’era una festa per strada, una ricorrenza, apparentemente come tante, ma mi accorsi che tra le auto parcheggiate, e la folla, vi erano delle “quattro ruote” particolari. Ognuna diversa dall’altra, ma con un qualcosa di speciale…trasportavano SORRISI, per tanti e per condizione, una stranezza, ma per altri una normalità. Domandai a chi era accanto, se potessi fotografare, e al consenso, in silenzio, con scatto silenzioso, cominciai a muovermi tra loro con timore di non essere accettato o guardato strano. Puntavo l’obiettivo, e poi cercavo una reazione, o cercavo forse di nascondermi dietro la mia, e scopersi una forte emozione, che non avevo mai provato prima. Chi poteva parlare, e chi lo faceva solo con gli occhi, allora volli avvicinarmi sempre di più a loro, e nel tempo a seguire, m’incamminai verso quella strada che molti genericamente conoscono col nome di volontariato. Quando chiesi di poter entrare in UNITALSI, mi dissero: Non vuoi aspettare un pò ancora, magari ad osservare ? Io non mi aspettavo quella domanda, ma poi capii che aveva un senso, e allora decisi di trascorre quel periodo di prova, chiamiamolo così, realizzando un reportage di un viaggio a Lourdes di cui avevo sempre sentito parlare. Fu così che da lì, da quel posto, divulgai tutti quei sorrisi, e fu sempre lì che io capii che ero il loro strumento per comunicare, quasi una loro voce di esistenza. Entrai così in punta di piedi a far parte di quella grande associazione e ancora oggi, continuo a raccontare per parole e immagini il mio taccuino di viaggio, fatto di felicità altrui, dove i sorrisi di AMICI SPECIALI che incontro, senza distinzione di età, di sesso, e neppure di cromosomi, ti riempiono il cuore e le schede di memoria. La stessa memoria che un domani potrò conservare e tramandare affinché gli altri capiscano che la gioia è contagiosa nonostante tutto, e la diversità sta solo nelle menti.

Quell’orgoglio che senti dentro quando sai di aver potuto fare qualcosa, magari solo una piccola cosa per gli altri, quella che non ti fa sentire inutile davanti a persone che con seri motivi fisici e mentali, ti trovi casualmente davanti senza neppure sapere chi siano. Sei li a smontarti per un sorriso, o una smorfia che gli somiglia, un abbraccio, o per un racconto frastagliato di un pezzetto della loro vita. Ascolti e spesso non riesci decifrare, ma è comunque importante che tu sia li, in quel momento, per loro. In quegli istanti penso sempre di non fare abbastanza, mi tormento per questa mia sensazione, e mi accade sempre, e allora poso nello zaino la fotocamera per spingere carrozzine o stare soltanto di più accanto a chi ha solo voglia di essere ascoltato. Ma poi quando capisco che i loro sguardi ti cercano perché sei tu il loro mezzo di comunicazione, allora quella fotocamera la riprendo e mi sento felice di farli parlare attraverso la fotografia e il documentare la loro “diversa normalità”. Vi sono infatti storie che si ascoltano osservando quei sorrisi, si vivono abbracciando la loro gioia, si raccontano attraverso i fotogrammi che stai raccogliendo, ma perchè sono loro a chiedertelo. E con enorme discrezione, opero senza necessariamente apparire, al punto che qualcuno si spinge a chiedersi dove io sia. Io ho sempre risposto, che al mio “ECCOMI” corrisponde anche il semplice ascolto di chi vuole qualcuno al proprio fianco per un pò di allegria, che gli faccia mettere da parte temporaneamente i brutti pensieri.

Questa è la mia esperienza ed è uno spaccato di un’Associazione che da ben oltre 100 anni si occupa di soggetti fragili. Ognuno di noi fa la sua parte, piccola o grande non è rilevante, ma la fa, non solo a Lourdes, ma spesso anche sui territori di appartenenza, con molteplici attività che solo la pandemia ha violentemente fermato, mostrandoci forse deboli alle circostanze. Io sono tra questi, e a modo mio, nel mio piccolo, cerco di dare un ulteriore senso alla mia vita, preferendo insistere ed essere noioso nello scrivere e mostrare agli altri, la possibilità di intraprendere strade che spesso poi diventano sentieri di rovi, ma altre che diventano larghe autostrade per la felicità. Tutti gli uomini di questa terra hanno una missione da svolgere, parecchi deboli possono inciampare e trascinarsi nel fango durante le tempeste che si susseguono, ma vi sono sempre altri che sono pronti a continuare e portare sempre in alto quello che è il vessillo del fine e del valore. Appunto per questo, il “Non abbandonarci alla tentazione” del Padre Nostro, dovrebbe avere un senso per ognuno di noi. Dovremmo guardare sempre il lato bello delle cose, andando avanti pensando soprattutto a chi ha ancora bisogno di noi, e a cui dobbiamo dire di fidarsi nonostante tutto, e convincendo loro che in una cesta, non deve scoraggiare una macchia sicuramente resistente o magari indelebile, ma il bianco pulito del resto dei vestiti. Per tutti noi, quei vestiti sono le divise dei barellieri, delle dame, delle sorelline di assistenza e di tutti coloro che credono in quello che fanno, in virtù di una volontà propria e convinta e in costante contatto con la preghiera. Anche il Gave scorre tranquillo, ogni tanto straripa, ma poi ritorna nel suo letto e per noi lì le due sponde non hanno mai fatto differenza, abbiamo sempre aspettato pazienti, che passasse la piena

di Pino Curtale

“Nessun insegnamento vale quanto l’esempio”

Stasera si sono spese tutte le parole possibili che potessero descrivere Alfredo Fragomeli. Ma ancora una volta, oltre ad ascoltare, quello che si è visto, è un fiume di gente, uno tsunami di affetto che ha travolto quella bara. Una comunità che aldilà del ruolo di Alfredo, ha voluto abbracciare chi a questa stessa comunità, a questa cittadina, ha voluto veramente bene. Era davvero l’amico di tutti, ed il “comandante” che ogni sindaco avrebbe voluto al proprio fianco. “Ogni uomo semplice porta in cuore un sogno” e lui magari ne aveva tanti, ma uno in particolare…aiutare ancora di più il prossimo. Più di quanto non facesse già, con una semplicità disarmante, e ascoltando ogni richiesta, ogni confidenza, e forse asciugando anche qualche lacrima. Come fai a non voler bene e a stimare una persona così ? Non era solo il “comandante” della polizia locale, ma si occupava di tante altre cose, … si occupava della gente. Il primo nelle emergenze o negli sbarchi, come se indossasse più di una divisa, ad esempio quella della protezione civile o della croce rossa o quella di improvvisato vigile del fuoco oltre a quella di ordinanza. E si, quella promessa fatta con orgoglio, nell’indossare quel fazzolettone scout anni fa, l’ha veramente rispettata, anzi ne ha fatto una filosofia di vita fino in fondo. Dopo tante speranze appese ad un filo, se n’è andato in sofferente silenzio, ma penso abbia lasciato questo angolo di terra, migliore di come lo ha trovato, portando con sé l’affetto della sua gente, e lasciando qui a noi, suoi amici, l’eredità di quel valore che è l’amore per la vita, e che vale la pena di essere vissuta in ogni suo aspetto nonostante tutto, anche se a volte può sembrarci ingrata. È l’unica che abbiamo, e non ci sarà un’altra possibilità. Alfredo, oltre ad insegnarci cosa è il rispetto per le cose, e per gli altri, era di poche parole, ma pieno di sentimenti che esternava raramente in pubblico.


“Essere parte di una comunità significa sentire il battito di ogni cuore ed accorgersi se uno di essi si attarda.
Significa accogliere con pazienza le lacrime che non ci appartengono e sentire le nostre un po’ più leggere.
Significa intravedere negli occhi di un giovane mai incontrato prima, i tratti familiari di un amico, di un compagno di scuola o di cortile.
Essere parte di una comunità fa soffrire e gioire insieme all’ultimo dei fratelli che non sapevi neppure di avere.”


Questo “il comandante” Alfredo Fragomeli, lo scrisse poco più di un anno fa, in occasione di un altro giorno maledetto, e di un altrettanto maledetto Agosto. Ecco, quella comunità di cui lui faceva parte, oggi gli ha dimostrato che le sue parole, di allora, sono lo specchio della verità…per l’ennesima volta. Spendiamo bene dunque il nostro tempo, perché purtroppo…
“Non si può scegliere il modo di morire, e nemmeno il giorno. Si può decidere come vivere ora” (Joan Baez)

Oggi piangono i cuori di tutti noi, insieme, compagni di avventura senza età, quelli di ieri e di oggi, quelli con il fazzolettone al collo, ma che ci indica ancora una volta la strada del volerci bene stringendoci l’uno all’altro. Lui a vederci stonare con la chitarra, sarebbe stato felice, perché “lo scout sorride e canta anche nelle difficoltà”. Ma quel fazzolettone oggi, era intriso di pioggia e lacrime, come quando dopo un ultimo temporale estivo, terminava il nostro campo. Anche questo Alfredo lo ha portato con sé. Arrivederci un dì ❤

di Pino Curtale

La vita è ciò che ti accade mentre sei occupato a fare altri progetti. (John Lennon)

Ci sono quelle persone alle quali ti lega un’amicizia, poi ci sono quelle che conosci per quello che fanno. E poi ci sono alcune che è come se le conoscessi per come ne parlano gli altri. Silvestro e Giusy, io non li conoscevo, ma evidentemente condividevamo tanti amici, per cui nel dolore mi ci butto anche io. Anche se così non fosse, due vite falciate, e un bambino che non ha fatto in tempo a raccogliere e conservare tutti i loro insegnamenti ed il loro amore, non può lasciarmi indifferente. Ieri, quando ho visto l’elisoccorso, stavo uscendo da quel luogo che conserva il sonno dei giusti, e avevo appena sorriso come faccio solitamente, davanti a quelle foto che ricordano la solarità della vita. Non avrei mai pensato che in un angolo poco distante da lì, si era appena spenta un’altra luce, e non ho neppure avuto il tempo di realizzare il dramma che leggevo e mi raccontavano, quando dopo poche ore il buio si è fatto più fitto. Allora, quello è il momento in cui cerchi per l’ennesima volta, una via d’uscita alla solita e retorica domanda…PERCHÈ? Agosto si dovrebbe concludere sempre con la nostalgia di una estate che va via, e con lei, le serate d’allegria con gli amici che però rivedrai magari il prossimo anno, ma invece, questo Agosto “maledetto” ha segnato partenze senza ritorno. Soverato, Roccella, Bovalino, l’Aspromonte, gridano il dolore di famiglie, di intere comunità. Si può essere fatalisti, ma spesso vieni spinto in una spirale di rabbia, quando magari non trovi pace e rassegnazione alla tristezza. La vita è fatta di anni, che vengono spazzati via in un attimo, e se avessimo la fortuna o delle super doti per prevenire quello che ci riserva il tempo che verrà, forse vivremmo meglio il nostro presente. Sir Terry Pratchett, era uno scrittore britannico, e tra le sue righe una volta lessi che…

“La vita è come guardare un film. Ti sembra di essere entrato sempre dieci minuti dopo l’inizio dello spettacolo e nessuno vuole raccontarti la trama, così devi capirla da solo. E non hai mai, davvero mai, la possibilità di restare per il secondo spettacolo.”

Forse è vero, o forse no, ma ieri sera, ho respirato silenzio, ho visto volti senza sorrisi, ho prestato la spalla ad una amica e le ho asciugato le lacrime con un abbraccio. Uno di quelli che sembrano inutili, ma che cerchi in alcuni momenti in cui qualsiasi nota, sembra stonata anche in uno spartito che conosci a memoria. Allora ho pensato…che al termine di quella giornata come le altre che scorrono, e a cui eravamo abituati, si riesce solo a capire quante cose dovrebbero in realtà, passare in secondo piano rispetto a quelle finora considerate più importanti. L’albero della vita, segue le stagioni, ha i momenti di fioritura, ed i momenti in cui è spoglio. Se ti siedi ai suoi piedi, e godi passivamente o parzialmente della sua ombra, ti accorgi che forse vale la pena prendere, senza esitare, quello che esso ti offre anche quando ti appare senza colori,…prima che lì, sotto la sua ombra, o sotto il sole filtrato, non si sieda più nessuno, e resti un posto vuoto. Oggi rimane la fiducia nella speranza verso chi ancora lotta con forza e cerca di colmare appunto quel vuoto lasciato così in fretta. Il mio pensiero in primis ad Alfredo, amico di lungo corso, che il coraggio lo ha sempre afferrato e dimostrato nella trincea del suo lavoro e della sua disponibilità oltre che nel suo voler bene al prossimo.

FATTI FORZA AMICO MIO, dimostra ancora una volta quanto tu sia tenace nel volere e fare le cose. Fallo anche questa volta, e noi saremo qui ad aspettarti.

di Pino Curtale

Punti di vista…o di ripresa ?

Questo blog è nato un pò di anni fa con l’intenzione di farlo diventare un contenitore di foto, ma poi andando avanti, mi è sembrato giusto far sì che da quelle foto, nascessero delle considerazioni, soprattutto MIE.

Oggi i Social hanno rubato la scena allo scrivere con analisi dei fatti, e si è fatto posto l’impulso del pensiero spesso non ragionato. Mi piace sempre riprendere quello del Maestro Camilleri il quale diceva nelle sue interviste…”Riflettere prima di pensare” ed in realtà sarebbe opportuno farlo prima di qualunque spontanea immagine riflessa. Figuriamoci poi a scrivere di getto un commento ad un eventuale post Facebookiano. Io sono sempre stato uno che fotografa la realtà, non solo per deformazione professionale, ma perchè mi piace vedere le cose come stanno, e capirne i motivi di quel che mi trovo davanti. La mia attività fotografica mi fa spesso scontrare con punti di vista differenti dai miei, ed è giusto che così sia, ma alle situazioni di comodo, preferisco allargare l’ottica non restringerla. Mi sono sempre chiesto il perchè si debba mostrare e mettere in risalto la negatività anche nella mondanità, e ancora devo incontrare il fotografo che concordi con me sul fatto che una foto può essere letta in chiave diversa in base al punto di ripresa.

Spesso appaio pragmatico, e molte volte vengo accusato di evitare di parlare delle cose che non vanno bene come se fossi necessariamente dalla parte di qualcuno a prenderne le difese. Ebbene, vivo da sempre in una terra, la Calabria, che scherzosamente parecchi chiamano CalAfrica non facendo riferimento soltanto alla vicinanza dell’altro continente, ma per paragone all’arretratezza di alcuni aspetti. Non considerando invece che in Africa vi sono anche realtà, angoli, da cui Noi forse dovremmo invece trarre esempio e lezioni. Di questa terra Calabra, non si parla mai abbastanza, se non per fatti di cronaca noti da anni, o per la cattiva gestione politica che imperversa. Eppure, la bellezza è dietro ogni angolo, dietro qualunque soggetto pieno di volontà, dietro ogni singolo atto di rivalutazione o se vogliamo anche ribaltamento d’immagine. E’ forse questa la mia tendenza, quella di portar agli altri quello che non si vuol far vedere, (e chissà perchè), o magari fa comodo non far vedere, o meglio ancora, quello che si vuol far credere. Oggi ho letto uno di quegli articoli di Avvenire, che cerca di far sapere a chi preferisce “altre” notizie spettacolose, aspetti dimenticati dai media.

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/dove-sbarcano-i-migranti-chi-accoglie-non-fa-notizia

Mette in risalto quanto siano lasciati soli gli amministratori locali difronte alle difficoltà, eppure i sindaci in primis, sono gli avamposti da trincea nel combattere i problemi. Nel paesello in cui risiedo, abitano poco più di 6500 anime, ma nonostante l’esiguo numero di abitanti la realtà quotidiana non discosta spesso da quella di grandi o medie città. Viviamo, o cerchiamo di farlo, coltivando la cultura, o apprezzando quel poco che si riesce ad ottenere divulgando la bellezza delle persone, dei fatti, innalziamo il vessillo dell’ospitalità e dell’accoglienza. Io, ho cercato sempre di “esserci” con o senza fotocamera, ho scritto, ho segnalato (anche le cose che a mio avviso non vanno), ho divulgato i vari aspetti. Spesso sono stato criticato proprio per essere troppo presente sui social nelle pubblicazioni, ma in realtà forse il vero difetto, è essere schietto e diretto nel bene e nel male.

La professione di fotografo, viene spesso legata esclusivamente al mondo wedding, e se non ti inoltri in questo settore commerciale, a volte rischi di non venire considerato. Eppure la divulgazione di eventi socio culturali delle città è fondamentale alla conoscenza, alla riflessione, e perchè no alla discussione. Però il fotografo, come anche il videografo, o il giornalista, dovrebbe avere davanti sempre una regola che non è la tecnica, ma l’UMILTA’ o se vogliamo il RISPETTO, senza stravolgere i fatti. Mi domando… quale senso ha oggi, dare importanza alla negatività, o peggio essere indifferenti alla bellezza delle cose semplici ? Cosa si racconta ai propri figli ? La bruttezza del loro habitat ? quale potrebbe essere invece l’immagine più bella, ad esempio, di un luogo di aggregazione, rivalutato ? Della realizzazione di un’opera fruibile e utile, o di una mamma che porta in braccio un bambino entrambi strappati ai marosi ? Quale sensazione potrebbe dare ad un operatore di ripresa lo sguardo felice, un sorriso, o un pianto ?? La fiera stanchezza di un volontario ? Io non vado di wedding, neppure di esposizioni personali, non ne ho bisogno, mi occupo di eventi e vivo con la fotografia per lavoro documentale, ma non solo di essa o per essa, però vorrei di più immergermi nella bellezza delle cose, o delle persone. Vorrei poterle offrire attraverso le immagini, a chi ancora non ha capito quanto ne abbiamo bisogno. Gestisco su incarico, 12 pagine social, e forse non è un caso che venga scelto io per farlo. L’osservatore silente, quasi nascosto, non sempre è un buon osservatore, ma è bene forse riprendere il concetto che il fotografo è colui che vede meglio con un occhio che con due, specialmente quello che sfugge ai tanti.

di Pino Curtale

C’era una volta un treno…

C’era una volta un treno. Uno di quelli che attraversava lo stivale, e su i quali sedili allungabili a dismisura, i piedi in cerca di riposo, non si contavano più.

C’era un treno di quelli che solo all’annuncio della partenza dal binario, ti faceva correre verso la felicità, e che quando sentivi ad alti decibel il nome del tuo paesello, ti riempivi d’orgoglio.

C’era un treno di quelli che partivano puntuali, e accumulavano ritardi non quantificabili a cui non facevi caso perchè “A BATTIPAGLIA RECUPERA”.

C’era un treno che era brutto da affrontare perchè “…addà passa a nuttata”.

C’era un treno che però non vedevi l’ora di prendere perchè ti riportava a casa, e alla stazione sapevi di trovare la fanfara della famiglia a suonare la marcia trionfale.

C’era un treno dove non esistevano i cellulari, e se si fermava troppo…”CAPU CHI SUCCEDIU ?”

C’era un treno che d’estate l’aria condizionata erano 100 finestrini aperti peggio di una turbina di aereo quando entravi in galleria.

C’era un treno, che “panini, coca cola, caffèèè” ti annunciavano l’arrivo a Napoli.

C’era un treno, che “allora meglio chiudersi bene” nello scompartimento e mettere il portafogli nelle mutande.

C’era un treno che profumava di… “FAVORITE ??” e cominciavi ad assaggiare i sapori della tua terra.

C’era un treno che aspettavi qui, come i turisti d’estate, carico di abbracci mancanti da tempo, e quando i campanellini partivano annunciando la chiusura del passaggio a livello dell’ultimo casello, il cuore batteva forte.

C’era un treno, che ora non c’è più, ma i cui ricordi, le emozioni, le lacrime, gli amori, il lavoro, la nostalgia, ci accompagnerà sempre. Erano magari altri tempi, ma erano gli anni migliori della nostra vita.

C’era un treno che come tanti altri viaggiava nel bel paese da nord a sud. Questo era il MILANO – ROCCELLA JONICA Andata e Ritorno (bastava girare il cartello giallo)

di Pino Curtale

Unreality social network

Perchè questo titolo ? perchè ne facciamo parte. Nel senso completo dell’intendere, significa che tutti noi ormai facciamo parte dei social network, uno su tutti il famoso Facebook. Ma se solo pensassimo a come è nato, forse ci porremmo qualche domanda in più sull’uso spesso inappropriato di questo mezzo di comunicazione di massa. Inizialmente fondato per l’ambito Universitario, il nome “Facebook” prende spunto da un elenco di nomi con fotografie degli studenti, in modo che socializzassero tra loro, ma poi il campo si allargò al commerciale, fino ad arrivare a quello che era impensabile diventasse…UN CONTENITORE DI NOTIZIE, SPESSO BUFALE (FAKE), O PEGGIO UNA GOGNA MEDIATICA.

La cosa si complica quando in rete social, entra a gamba tesa l’editoria, che nel compensare il calo di tiratura di stampa, punta più alla conquista di visualizzazioni, che alla qualità dei contenuti. Accade così che come uno tsunami arrivano notizie atte a far vedere quello che più potenzialmente incuriosisce, rispetto alla reale cronaca dei fatti. Sulla stessa scia i media televisivi, che sull’onda social, seguono il vento della logica web, così che alla fine vi è un continuo susseguirsi di inviati, i quali con minicamera/smartphone a seguito, diventano produttori di immagini dai luoghi degli eventi spettacolarizzando spesso la stessa notizia caricando come una molla un titolo che la faccia saltare sulle altre per prima.

Il pubblico travisa e improvvisa, ci mette del proprio, trascrive, commenta e a sua volta induce altri a credere che quello visto attraverso i vari canali, sia l’unica verità. NON E’ COSI’ !!! Io non condivido ormai da tempo questo modo di fare giornalismo, o meglio dire, questo modo di comunicare “diventando” giornalisti all’occasione, e ribalto spesso la visione delle cose dal mio punto di vista fotografico. Ho constatato spesso quanto appena scritto, documentando momenti importanti nello stesso istante in cui i giornalisti erano nello stesso luogo in cui ero io. La differenza stava, e sta ancora purtroppo nel far vedere, o nel voler far credere solo ad un aspetto, solitamente il peggiore.

Io per indole anche professionale, ho sempre cercato di essere obiettivo (il gioco di parole a riferimento è del tutto casuale oltre che ironico). Per cui ho cercato di far vedere attraverso gli scatti di un evento, quello che esula il mio pensiero, lasciando a chi osserva un raggio ampio di veduta di quel che accade intorno a me. Penso che un giornalista dovrebbe fare appunto questo, divulgare se non a 360° quantomeno a 180°. Ho sperimentato più di una volta e mi sono ritrovato con le mie immagini completamente diverse da quelle che già circolavano in rete, eppure eravamo nello stesso raggio di azione.

E tutt’oggi, mi domando ancora perchè l’informazione è arrivata a questo punto. Appena ho avuto l’occasione, sono uscito fuori regione, e come al solito, ho portato con me la fotocamera. Bologna, è una di quelle città come altre, prese di mira dalle telecamere, che hanno fatto vedere sempre orde selvagge di gente (per lo più giovani) senza alcuna precauzione anti COVID, che sfidando la pazienza delle FFOO, affrontano le piazze e la movida come se non ci fosse un domani. Eppure le notizie dei reparti ospedalieri e delle Terapie Intensive, sono quelle di tanti punti d’Italia, cioè al collasso. Possibile che una “intera città” possa essere così menefreghista ?

A guardare le immagini dei collegamenti giornalistici, si direbbe di si. Allora anche in questo caso, ho voluto sperimentare, realizzando degli scatti a caso, in ore di punta, ma anche in altri orari della giornata tipo. Volle il caso fosse anche un giorno festivo e poi a seguire Domenica, in punti di maggior traffico/movimento. Cosa ne è venuto fuori ?? una città attenta e consapevole della situazione. Gente giovane e non, che si gode il cambio colore con poche restrizioni, senza tener conto dell’idea di un qualcosa che possa essere ormai alle spalle. Gente che anche in solitudine, a piedi o in bici aveva la mascherina “incollata”, famiglie intere (bambini compresi), rispettose degli altri. File “ordinate” fuori dai negozi, senza prepotenza alcuna, amici ai tavoli dei bar distanziati (max tre/quattro) Anche nei parchi i “solitari” sulle panchine si “sacrificavano” al dovere dell’indossare una mascherina.

Poi, logicamente, parafrasando un noto detto, l’obiettivo cade dove la cronaca duole. E ho trovato anche io gli angoli incriminati dove regna la legge del “faccio quello che voglio”, a partire dai gestori dei locali senza alcuna precauzione a servire ai tavoli assembrati come le mosche su un piatto andato a male. Muretti stracolmi e appiccicaticci di ragazzi, insomma l’eccezione che conferma la regola. Eventi come quello di piazza Duomo a Milano per lo scudetto dell’Inter accadono in altre situazioni e per tanti altri motivi, ma il non risalto spesso non è voluto. Il calcio dove tutto è permesso, “tira” mentre i sacrifici degli italiani rispettosi delle leggi, NO. In questo caso faceva comodo divulgare la folla oceanica a causa di una vittoria, anziché capannelli e assembramenti a flotte di giornalisti stessi, con spintoni e senza mascherina a rincorrere il politico oratore o urlatore di turno all’uscita dei palazzi governativi, o in pubblica piazza. La storia, la stupidità informativa mediatica si ripete di continuo in base alla eclatanza del momento. È evidente che per alcuni giornalisti, fa più clamore un monologo contro certi poteri da un palco, che la disoccupazione di chi quel palco lo fa “vivere” con lo spettacolo.

Ma perchè far vedere solo questo ? perchè non dare giusto elogio a chi sa bene che basta poco a tornare indietro ? Perchè non rendere merito ad una grande città composta dal 90% di gente RESPONSABILE ??? Semplice, quest’ultima NON FA NOTIZIA in un trend social. Che sia Bologna, Milano, Torino, Bergamo ecc, non ha importanza, la cronaca che si vuol far vedere è la stessa. Mi domando ancora, per qual motivo si guarda al non rispetto delle regole nelle grandi città che per la densità di popolazione, potrebbe essere quasi irrilevante e non a quello che accade in piccoli centri di provincia dove si potrebbero elencare i nomi dei contravventori per l’esiguo numero di abitanti ? Anche questo evidentemente non fa notizia.

Allora, per me, resta il fatto che la notizia va data e non costruita, in quanto attraverso le immagini vi è una potenzialità in più, che può essere anche contraddittoria ma spesso atta a plagiare le menti. E se a questo si è ridotta l’informazione, il fare comunicazione, preferisco “scattare” la realtà, e continuare a contrapporre la cronaca dei fatti, visti con gli occhi di un fotografo a quella voluta da un giornalista…anche in un giorno di ordinaria PANDEMIA

di Pino Curtale

Il silenzio dei giusti

La memoria non ha bisogno di commemorazione. Una giornata per ricordare è quasi una elemosina personale in confronto a tutto quello che non dovremmo mai dimenticare. Io continuamente mi soffermo sulle immagini che scorrono anche casualmente, e sulle foto fisso i miei occhi, ma non solo su quelle che rievocano il grande sterminio della storia studiata, ma su tutto il materiale delle violenze, persecuzioni, e discriminazioni perpetrate sulle persone che non hanno colpe, che fuggono da orrori, e di cui il mondo occupato a pensare “bene” non guarda o dimentica in fretta. La mia memoria, vaga ogni volta che vedo e leggo di qualcuno inneggiare a chi “ha fatto cose buone” , di chi emula con orgoglio gesta, mostrando simboli, emblemi, o si tatua come fossero cimeli trionfali da portare nel cuore. Allora, si, che in quel momento, ricordo, o meglio non dimentico, quel mio giugno del 2013. Un taxi, un cancello avvolto in una triste nebbia, i brividi, le lacrime. Non servono parole, serve la condanna, non serve la commemorazione di un solo giorno, ma l’ascolto di chi è andato all’inferno, ed è ritornato. Non serve solo sfogliare le pagine dei libri di storia a scuola, ma è assolutamente necessario portare i ragazzi lì, in quei luoghi e far vedere loro quel che ho visto io, far respirare la morte che ancora regna, ed esala dagli oggetti repertati. La mia memoria di quella immensa distesa di orrore spalmata sulle baracche, è come immersa in un bagno di fissaggio di una camera oscura. Un fotogramma che mi rincorre, è una montagna di scarpe dietro un vetro, ognuna appartiene a chi si è disperso nel vento avvolto da un fumo nero. Una scarpetta rossa spaiata spicca in quel monocromatico color marrone, sembra non aver voce, ma grida ugualmente a nome di tutti quei bambini che si sono trovati li e son volati senza neppure chiedersi perché.

Ecco, tutto questo mi viene in mente ogni qualvolta guardo le immagini dei bambini ai confini, al freddo, quasi senza identità per chi non vuol vedere. Ma che comunque sono lì a prova che il mondo è “crudele” ancora oggi, con situazioni diverse è vero, ma analoghe per certi aspetti. La storia è al presente, mai al passato, ci rincorre pronta a ripetersi. È dietro l’angolo, perché la storia…SIAMO NOI, con l’indifferenza quotidiana che sotto mentite spoglie, evochiamo per tradizione in una o più giornate all’occorrenza.

“Nel corso della storia, è stata l’inattività di coloro che avrebbero potuto agire; l’indifferenza di coloro che avrebbero dovuto saperlo più degli altri; il silenzio delle voci quando erano più importanti; che ha reso possibile il trionfo del male.”

Cerchiamo di ricordarlo ogni giorno !

di Pino Curtale