“Nessun insegnamento vale quanto l’esempio”

Stasera si sono spese tutte le parole possibili che potessero descrivere Alfredo Fragomeli. Ma ancora una volta, oltre ad ascoltare, quello che si è visto, è un fiume di gente, uno tsunami di affetto che ha travolto quella bara. Una comunità che aldilà del ruolo di Alfredo, ha voluto abbracciare chi a questa stessa comunità, a questa cittadina, ha voluto veramente bene. Era davvero l’amico di tutti, ed il “comandante” che ogni sindaco avrebbe voluto al proprio fianco. “Ogni uomo semplice porta in cuore un sogno” e lui magari ne aveva tanti, ma uno in particolare…aiutare ancora di più il prossimo. Più di quanto non facesse già, con una semplicità disarmante, e ascoltando ogni richiesta, ogni confidenza, e forse asciugando anche qualche lacrima. Come fai a non voler bene e a stimare una persona così ? Non era solo il “comandante” della polizia locale, ma si occupava di tante altre cose, … si occupava della gente. Il primo nelle emergenze o negli sbarchi, come se indossasse più di una divisa, ad esempio quella della protezione civile o della croce rossa o quella di improvvisato vigile del fuoco oltre a quella di ordinanza. E si, quella promessa fatta con orgoglio, nell’indossare quel fazzolettone scout anni fa, l’ha veramente rispettata, anzi ne ha fatto una filosofia di vita fino in fondo. Dopo tante speranze appese ad un filo, se n’è andato in sofferente silenzio, ma penso abbia lasciato questo angolo di terra, migliore di come lo ha trovato, portando con sé l’affetto della sua gente, e lasciando qui a noi, suoi amici, l’eredità di quel valore che è l’amore per la vita, e che vale la pena di essere vissuta in ogni suo aspetto nonostante tutto, anche se a volte può sembrarci ingrata. È l’unica che abbiamo, e non ci sarà un’altra possibilità. Alfredo, oltre ad insegnarci cosa è il rispetto per le cose, e per gli altri, era di poche parole, ma pieno di sentimenti che esternava raramente in pubblico.


“Essere parte di una comunità significa sentire il battito di ogni cuore ed accorgersi se uno di essi si attarda.
Significa accogliere con pazienza le lacrime che non ci appartengono e sentire le nostre un po’ più leggere.
Significa intravedere negli occhi di un giovane mai incontrato prima, i tratti familiari di un amico, di un compagno di scuola o di cortile.
Essere parte di una comunità fa soffrire e gioire insieme all’ultimo dei fratelli che non sapevi neppure di avere.”


Questo “il comandante” Alfredo Fragomeli, lo scrisse poco più di un anno fa, in occasione di un altro giorno maledetto, e di un altrettanto maledetto Agosto. Ecco, quella comunità di cui lui faceva parte, oggi gli ha dimostrato che le sue parole, di allora, sono lo specchio della verità…per l’ennesima volta. Spendiamo bene dunque il nostro tempo, perché purtroppo…
“Non si può scegliere il modo di morire, e nemmeno il giorno. Si può decidere come vivere ora” (Joan Baez)

Oggi piangono i cuori di tutti noi, insieme, compagni di avventura senza età, quelli di ieri e di oggi, quelli con il fazzolettone al collo, ma che ci indica ancora una volta la strada del volerci bene stringendoci l’uno all’altro. Lui a vederci stonare con la chitarra, sarebbe stato felice, perché “lo scout sorride e canta anche nelle difficoltà”. Ma quel fazzolettone oggi, era intriso di pioggia e lacrime, come quando dopo un ultimo temporale estivo, terminava il nostro campo. Anche questo Alfredo lo ha portato con sé. Arrivederci un dì ❤

di Pino Curtale

La vita è ciò che ti accade mentre sei occupato a fare altri progetti. (John Lennon)

Ci sono quelle persone alle quali ti lega un’amicizia, poi ci sono quelle che conosci per quello che fanno. E poi ci sono alcune che è come se le conoscessi per come ne parlano gli altri. Silvestro e Giusy, io non li conoscevo, ma evidentemente condividevamo tanti amici, per cui nel dolore mi ci butto anche io. Anche se così non fosse, due vite falciate, e un bambino che non ha fatto in tempo a raccogliere e conservare tutti i loro insegnamenti ed il loro amore, non può lasciarmi indifferente. Ieri, quando ho visto l’elisoccorso, stavo uscendo da quel luogo che conserva il sonno dei giusti, e avevo appena sorriso come faccio solitamente, davanti a quelle foto che ricordano la solarità della vita. Non avrei mai pensato che in un angolo poco distante da lì, si era appena spenta un’altra luce, e non ho neppure avuto il tempo di realizzare il dramma che leggevo e mi raccontavano, quando dopo poche ore il buio si è fatto più fitto. Allora, quello è il momento in cui cerchi per l’ennesima volta, una via d’uscita alla solita e retorica domanda…PERCHÈ? Agosto si dovrebbe concludere sempre con la nostalgia di una estate che va via, e con lei, le serate d’allegria con gli amici che però rivedrai magari il prossimo anno, ma invece, questo Agosto “maledetto” ha segnato partenze senza ritorno. Soverato, Roccella, Bovalino, l’Aspromonte, gridano il dolore di famiglie, di intere comunità. Si può essere fatalisti, ma spesso vieni spinto in una spirale di rabbia, quando magari non trovi pace e rassegnazione alla tristezza. La vita è fatta di anni, che vengono spazzati via in un attimo, e se avessimo la fortuna o delle super doti per prevenire quello che ci riserva il tempo che verrà, forse vivremmo meglio il nostro presente. Sir Terry Pratchett, era uno scrittore britannico, e tra le sue righe una volta lessi che…

“La vita è come guardare un film. Ti sembra di essere entrato sempre dieci minuti dopo l’inizio dello spettacolo e nessuno vuole raccontarti la trama, così devi capirla da solo. E non hai mai, davvero mai, la possibilità di restare per il secondo spettacolo.”

Forse è vero, o forse no, ma ieri sera, ho respirato silenzio, ho visto volti senza sorrisi, ho prestato la spalla ad una amica e le ho asciugato le lacrime con un abbraccio. Uno di quelli che sembrano inutili, ma che cerchi in alcuni momenti in cui qualsiasi nota, sembra stonata anche in uno spartito che conosci a memoria. Allora ho pensato…che al termine di quella giornata come le altre che scorrono, e a cui eravamo abituati, si riesce solo a capire quante cose dovrebbero in realtà, passare in secondo piano rispetto a quelle finora considerate più importanti. L’albero della vita, segue le stagioni, ha i momenti di fioritura, ed i momenti in cui è spoglio. Se ti siedi ai suoi piedi, e godi passivamente o parzialmente della sua ombra, ti accorgi che forse vale la pena prendere, senza esitare, quello che esso ti offre anche quando ti appare senza colori,…prima che lì, sotto la sua ombra, o sotto il sole filtrato, non si sieda più nessuno, e resti un posto vuoto. Oggi rimane la fiducia nella speranza verso chi ancora lotta con forza e cerca di colmare appunto quel vuoto lasciato così in fretta. Il mio pensiero in primis ad Alfredo, amico di lungo corso, che il coraggio lo ha sempre afferrato e dimostrato nella trincea del suo lavoro e della sua disponibilità oltre che nel suo voler bene al prossimo.

FATTI FORZA AMICO MIO, dimostra ancora una volta quanto tu sia tenace nel volere e fare le cose. Fallo anche questa volta, e noi saremo qui ad aspettarti.

di Pino Curtale

Punti di vista…o di ripresa ?

Questo blog è nato un pò di anni fa con l’intenzione di farlo diventare un contenitore di foto, ma poi andando avanti, mi è sembrato giusto far sì che da quelle foto, nascessero delle considerazioni, soprattutto MIE.

Oggi i Social hanno rubato la scena allo scrivere con analisi dei fatti, e si è fatto posto l’impulso del pensiero spesso non ragionato. Mi piace sempre riprendere quello del Maestro Camilleri il quale diceva nelle sue interviste…”Riflettere prima di pensare” ed in realtà sarebbe opportuno farlo prima di qualunque spontanea immagine riflessa. Figuriamoci poi a scrivere di getto un commento ad un eventuale post Facebookiano. Io sono sempre stato uno che fotografa la realtà, non solo per deformazione professionale, ma perchè mi piace vedere le cose come stanno, e capirne i motivi di quel che mi trovo davanti. La mia attività fotografica mi fa spesso scontrare con punti di vista differenti dai miei, ed è giusto che così sia, ma alle situazioni di comodo, preferisco allargare l’ottica non restringerla. Mi sono sempre chiesto il perchè si debba mostrare e mettere in risalto la negatività anche nella mondanità, e ancora devo incontrare il fotografo che concordi con me sul fatto che una foto può essere letta in chiave diversa in base al punto di ripresa.

Spesso appaio pragmatico, e molte volte vengo accusato di evitare di parlare delle cose che non vanno bene come se fossi necessariamente dalla parte di qualcuno a prenderne le difese. Ebbene, vivo da sempre in una terra, la Calabria, che scherzosamente parecchi chiamano CalAfrica non facendo riferimento soltanto alla vicinanza dell’altro continente, ma per paragone all’arretratezza di alcuni aspetti. Non considerando invece che in Africa vi sono anche realtà, angoli, da cui Noi forse dovremmo invece trarre esempio e lezioni. Di questa terra Calabra, non si parla mai abbastanza, se non per fatti di cronaca noti da anni, o per la cattiva gestione politica che imperversa. Eppure, la bellezza è dietro ogni angolo, dietro qualunque soggetto pieno di volontà, dietro ogni singolo atto di rivalutazione o se vogliamo anche ribaltamento d’immagine. E’ forse questa la mia tendenza, quella di portar agli altri quello che non si vuol far vedere, (e chissà perchè), o magari fa comodo non far vedere, o meglio ancora, quello che si vuol far credere. Oggi ho letto uno di quegli articoli di Avvenire, che cerca di far sapere a chi preferisce “altre” notizie spettacolose, aspetti dimenticati dai media.

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/dove-sbarcano-i-migranti-chi-accoglie-non-fa-notizia

Mette in risalto quanto siano lasciati soli gli amministratori locali difronte alle difficoltà, eppure i sindaci in primis, sono gli avamposti da trincea nel combattere i problemi. Nel paesello in cui risiedo, abitano poco più di 6500 anime, ma nonostante l’esiguo numero di abitanti la realtà quotidiana non discosta spesso da quella di grandi o medie città. Viviamo, o cerchiamo di farlo, coltivando la cultura, o apprezzando quel poco che si riesce ad ottenere divulgando la bellezza delle persone, dei fatti, innalziamo il vessillo dell’ospitalità e dell’accoglienza. Io, ho cercato sempre di “esserci” con o senza fotocamera, ho scritto, ho segnalato (anche le cose che a mio avviso non vanno), ho divulgato i vari aspetti. Spesso sono stato criticato proprio per essere troppo presente sui social nelle pubblicazioni, ma in realtà forse il vero difetto, è essere schietto e diretto nel bene e nel male.

La professione di fotografo, viene spesso legata esclusivamente al mondo wedding, e se non ti inoltri in questo settore commerciale, a volte rischi di non venire considerato. Eppure la divulgazione di eventi socio culturali delle città è fondamentale alla conoscenza, alla riflessione, e perchè no alla discussione. Però il fotografo, come anche il videografo, o il giornalista, dovrebbe avere davanti sempre una regola che non è la tecnica, ma l’UMILTA’ o se vogliamo il RISPETTO, senza stravolgere i fatti. Mi domando… quale senso ha oggi, dare importanza alla negatività, o peggio essere indifferenti alla bellezza delle cose semplici ? Cosa si racconta ai propri figli ? La bruttezza del loro habitat ? quale potrebbe essere invece l’immagine più bella, ad esempio, di un luogo di aggregazione, rivalutato ? Della realizzazione di un’opera fruibile e utile, o di una mamma che porta in braccio un bambino entrambi strappati ai marosi ? Quale sensazione potrebbe dare ad un operatore di ripresa lo sguardo felice, un sorriso, o un pianto ?? La fiera stanchezza di un volontario ? Io non vado di wedding, neppure di esposizioni personali, non ne ho bisogno, mi occupo di eventi e vivo con la fotografia per lavoro documentale, ma non solo di essa o per essa, però vorrei di più immergermi nella bellezza delle cose, o delle persone. Vorrei poterle offrire attraverso le immagini, a chi ancora non ha capito quanto ne abbiamo bisogno. Gestisco su incarico, 12 pagine social, e forse non è un caso che venga scelto io per farlo. L’osservatore silente, quasi nascosto, non sempre è un buon osservatore, ma è bene forse riprendere il concetto che il fotografo è colui che vede meglio con un occhio che con due, specialmente quello che sfugge ai tanti.

di Pino Curtale

C’era una volta un treno…

C’era una volta un treno. Uno di quelli che attraversava lo stivale, e su i quali sedili allungabili a dismisura, i piedi in cerca di riposo, non si contavano più.

C’era un treno di quelli che solo all’annuncio della partenza dal binario, ti faceva correre verso la felicità, e che quando sentivi ad alti decibel il nome del tuo paesello, ti riempivi d’orgoglio.

C’era un treno di quelli che partivano puntuali, e accumulavano ritardi non quantificabili a cui non facevi caso perchè “A BATTIPAGLIA RECUPERA”.

C’era un treno che era brutto da affrontare perchè “…addà passa a nuttata”.

C’era un treno che però non vedevi l’ora di prendere perchè ti riportava a casa, e alla stazione sapevi di trovare la fanfara della famiglia a suonare la marcia trionfale.

C’era un treno dove non esistevano i cellulari, e se si fermava troppo…”CAPU CHI SUCCEDIU ?”

C’era un treno che d’estate l’aria condizionata erano 100 finestrini aperti peggio di una turbina di aereo quando entravi in galleria.

C’era un treno, che “panini, coca cola, caffèèè” ti annunciavano l’arrivo a Napoli.

C’era un treno, che “allora meglio chiudersi bene” nello scompartimento e mettere il portafogli nelle mutande.

C’era un treno che profumava di… “FAVORITE ??” e cominciavi ad assaggiare i sapori della tua terra.

C’era un treno che aspettavi qui, come i turisti d’estate, carico di abbracci mancanti da tempo, e quando i campanellini partivano annunciando la chiusura del passaggio a livello dell’ultimo casello, il cuore batteva forte.

C’era un treno, che ora non c’è più, ma i cui ricordi, le emozioni, le lacrime, gli amori, il lavoro, la nostalgia, ci accompagnerà sempre. Erano magari altri tempi, ma erano gli anni migliori della nostra vita.

C’era un treno che come tanti altri viaggiava nel bel paese da nord a sud. Questo era il MILANO – ROCCELLA JONICA Andata e Ritorno (bastava girare il cartello giallo)

di Pino Curtale

Unreality social network

Perchè questo titolo ? perchè ne facciamo parte. Nel senso completo dell’intendere, significa che tutti noi ormai facciamo parte dei social network, uno su tutti il famoso Facebook. Ma se solo pensassimo a come è nato, forse ci porremmo qualche domanda in più sull’uso spesso inappropriato di questo mezzo di comunicazione di massa. Inizialmente fondato per l’ambito Universitario, il nome “Facebook” prende spunto da un elenco di nomi con fotografie degli studenti, in modo che socializzassero tra loro, ma poi il campo si allargò al commerciale, fino ad arrivare a quello che era impensabile diventasse…UN CONTENITORE DI NOTIZIE, SPESSO BUFALE (FAKE), O PEGGIO UNA GOGNA MEDIATICA.

La cosa si complica quando in rete social, entra a gamba tesa l’editoria, che nel compensare il calo di tiratura di stampa, punta più alla conquista di visualizzazioni, che alla qualità dei contenuti. Accade così che come uno tsunami arrivano notizie atte a far vedere quello che più potenzialmente incuriosisce, rispetto alla reale cronaca dei fatti. Sulla stessa scia i media televisivi, che sull’onda social, seguono il vento della logica web, così che alla fine vi è un continuo susseguirsi di inviati, i quali con minicamera/smartphone a seguito, diventano produttori di immagini dai luoghi degli eventi spettacolarizzando spesso la stessa notizia caricando come una molla un titolo che la faccia saltare sulle altre per prima.

Il pubblico travisa e improvvisa, ci mette del proprio, trascrive, commenta e a sua volta induce altri a credere che quello visto attraverso i vari canali, sia l’unica verità. NON E’ COSI’ !!! Io non condivido ormai da tempo questo modo di fare giornalismo, o meglio dire, questo modo di comunicare “diventando” giornalisti all’occasione, e ribalto spesso la visione delle cose dal mio punto di vista fotografico. Ho constatato spesso quanto appena scritto, documentando momenti importanti nello stesso istante in cui i giornalisti erano nello stesso luogo in cui ero io. La differenza stava, e sta ancora purtroppo nel far vedere, o nel voler far credere solo ad un aspetto, solitamente il peggiore.

Io per indole anche professionale, ho sempre cercato di essere obiettivo (il gioco di parole a riferimento è del tutto casuale oltre che ironico). Per cui ho cercato di far vedere attraverso gli scatti di un evento, quello che esula il mio pensiero, lasciando a chi osserva un raggio ampio di veduta di quel che accade intorno a me. Penso che un giornalista dovrebbe fare appunto questo, divulgare se non a 360° quantomeno a 180°. Ho sperimentato più di una volta e mi sono ritrovato con le mie immagini completamente diverse da quelle che già circolavano in rete, eppure eravamo nello stesso raggio di azione.

E tutt’oggi, mi domando ancora perchè l’informazione è arrivata a questo punto. Appena ho avuto l’occasione, sono uscito fuori regione, e come al solito, ho portato con me la fotocamera. Bologna, è una di quelle città come altre, prese di mira dalle telecamere, che hanno fatto vedere sempre orde selvagge di gente (per lo più giovani) senza alcuna precauzione anti COVID, che sfidando la pazienza delle FFOO, affrontano le piazze e la movida come se non ci fosse un domani. Eppure le notizie dei reparti ospedalieri e delle Terapie Intensive, sono quelle di tanti punti d’Italia, cioè al collasso. Possibile che una “intera città” possa essere così menefreghista ?

A guardare le immagini dei collegamenti giornalistici, si direbbe di si. Allora anche in questo caso, ho voluto sperimentare, realizzando degli scatti a caso, in ore di punta, ma anche in altri orari della giornata tipo. Volle il caso fosse anche un giorno festivo e poi a seguire Domenica, in punti di maggior traffico/movimento. Cosa ne è venuto fuori ?? una città attenta e consapevole della situazione. Gente giovane e non, che si gode il cambio colore con poche restrizioni, senza tener conto dell’idea di un qualcosa che possa essere ormai alle spalle. Gente che anche in solitudine, a piedi o in bici aveva la mascherina “incollata”, famiglie intere (bambini compresi), rispettose degli altri. File “ordinate” fuori dai negozi, senza prepotenza alcuna, amici ai tavoli dei bar distanziati (max tre/quattro) Anche nei parchi i “solitari” sulle panchine si “sacrificavano” al dovere dell’indossare una mascherina.

Poi, logicamente, parafrasando un noto detto, l’obiettivo cade dove la cronaca duole. E ho trovato anche io gli angoli incriminati dove regna la legge del “faccio quello che voglio”, a partire dai gestori dei locali senza alcuna precauzione a servire ai tavoli assembrati come le mosche su un piatto andato a male. Muretti stracolmi e appiccicaticci di ragazzi, insomma l’eccezione che conferma la regola. Eventi come quello di piazza Duomo a Milano per lo scudetto dell’Inter accadono in altre situazioni e per tanti altri motivi, ma il non risalto spesso non è voluto. Il calcio dove tutto è permesso, “tira” mentre i sacrifici degli italiani rispettosi delle leggi, NO. In questo caso faceva comodo divulgare la folla oceanica a causa di una vittoria, anziché capannelli e assembramenti a flotte di giornalisti stessi, con spintoni e senza mascherina a rincorrere il politico oratore o urlatore di turno all’uscita dei palazzi governativi, o in pubblica piazza. La storia, la stupidità informativa mediatica si ripete di continuo in base alla eclatanza del momento. È evidente che per alcuni giornalisti, fa più clamore un monologo contro certi poteri da un palco, che la disoccupazione di chi quel palco lo fa “vivere” con lo spettacolo.

Ma perchè far vedere solo questo ? perchè non dare giusto elogio a chi sa bene che basta poco a tornare indietro ? Perchè non rendere merito ad una grande città composta dal 90% di gente RESPONSABILE ??? Semplice, quest’ultima NON FA NOTIZIA in un trend social. Che sia Bologna, Milano, Torino, Bergamo ecc, non ha importanza, la cronaca che si vuol far vedere è la stessa. Mi domando ancora, per qual motivo si guarda al non rispetto delle regole nelle grandi città che per la densità di popolazione, potrebbe essere quasi irrilevante e non a quello che accade in piccoli centri di provincia dove si potrebbero elencare i nomi dei contravventori per l’esiguo numero di abitanti ? Anche questo evidentemente non fa notizia.

Allora, per me, resta il fatto che la notizia va data e non costruita, in quanto attraverso le immagini vi è una potenzialità in più, che può essere anche contraddittoria ma spesso atta a plagiare le menti. E se a questo si è ridotta l’informazione, il fare comunicazione, preferisco “scattare” la realtà, e continuare a contrapporre la cronaca dei fatti, visti con gli occhi di un fotografo a quella voluta da un giornalista…anche in un giorno di ordinaria PANDEMIA

di Pino Curtale

Il silenzio dei giusti

La memoria non ha bisogno di commemorazione. Una giornata per ricordare è quasi una elemosina personale in confronto a tutto quello che non dovremmo mai dimenticare. Io continuamente mi soffermo sulle immagini che scorrono anche casualmente, e sulle foto fisso i miei occhi, ma non solo su quelle che rievocano il grande sterminio della storia studiata, ma su tutto il materiale delle violenze, persecuzioni, e discriminazioni perpetrate sulle persone che non hanno colpe, che fuggono da orrori, e di cui il mondo occupato a pensare “bene” non guarda o dimentica in fretta. La mia memoria, vaga ogni volta che vedo e leggo di qualcuno inneggiare a chi “ha fatto cose buone” , di chi emula con orgoglio gesta, mostrando simboli, emblemi, o si tatua come fossero cimeli trionfali da portare nel cuore. Allora, si, che in quel momento, ricordo, o meglio non dimentico, quel mio giugno del 2013. Un taxi, un cancello avvolto in una triste nebbia, i brividi, le lacrime. Non servono parole, serve la condanna, non serve la commemorazione di un solo giorno, ma l’ascolto di chi è andato all’inferno, ed è ritornato. Non serve solo sfogliare le pagine dei libri di storia a scuola, ma è assolutamente necessario portare i ragazzi lì, in quei luoghi e far vedere loro quel che ho visto io, far respirare la morte che ancora regna, ed esala dagli oggetti repertati. La mia memoria di quella immensa distesa di orrore spalmata sulle baracche, è come immersa in un bagno di fissaggio di una camera oscura. Un fotogramma che mi rincorre, è una montagna di scarpe dietro un vetro, ognuna appartiene a chi si è disperso nel vento avvolto da un fumo nero. Una scarpetta rossa spaiata spicca in quel monocromatico color marrone, sembra non aver voce, ma grida ugualmente a nome di tutti quei bambini che si sono trovati li e son volati senza neppure chiedersi perché.

Ecco, tutto questo mi viene in mente ogni qualvolta guardo le immagini dei bambini ai confini, al freddo, quasi senza identità per chi non vuol vedere. Ma che comunque sono lì a prova che il mondo è “crudele” ancora oggi, con situazioni diverse è vero, ma analoghe per certi aspetti. La storia è al presente, mai al passato, ci rincorre pronta a ripetersi. È dietro l’angolo, perché la storia…SIAMO NOI, con l’indifferenza quotidiana che sotto mentite spoglie, evochiamo per tradizione in una o più giornate all’occorrenza.

“Nel corso della storia, è stata l’inattività di coloro che avrebbero potuto agire; l’indifferenza di coloro che avrebbero dovuto saperlo più degli altri; il silenzio delle voci quando erano più importanti; che ha reso possibile il trionfo del male.”

Cerchiamo di ricordarlo ogni giorno !

di Pino Curtale

Tra i tanti IERI e i molti DOMANI, c’è un solo oggi da vivere e scoprire.

wp-1609420100952.jpg
Alla fine tutti tirano le somme di un anno intero. Ma in fondo tranne qualche piccola “variazione sul tema”, per citare il Principe Antonio De Curtis, in arte Totò, è la somma che fa il totale.
Quindi cose belle e meno belle, gioie e dolori, soddisfazioni e delusioni, coraggio e sconforto , insomma UP & DOWN.
L’augurio mio personale, l’unico degno di nota forse, è che il nuovo anno porti per TUTTI tanta serenità interiore, per stare in pace soprattutto ed in primis con noi stessi, e poi anche con gli altri.
Abbiamo perso di vista alcuni valori, quest’anno più che mai, e nessuno avrebbe mai immaginato potesse accadere. La mascherina ha nascosto il volto, ma non la propria anima, ci ha però insegnato a sfruttare gli occhi che ne sono lo specchio, per cui le persone buone resteranno tali anche se dovesse scoppiare una guerra, ma non penso si possa dire ugualmente di chi ha finto finora e continua a farlo.
Dopo tutto, ognuno sceglie da che parte stare, quale strada percorrere, e dovrà rendere conto prima o poi, alla propria coscienza dei propri eventuali errori . E d’altronde ognuno di noi ha un modo di vedere le cose e la vita, non ci si può illudere per sempre che gli altri capiscano,… è una forma mentis.
Concludo questo 2020, un pò vuoto, per tanti motivi, ma inizierò il nuovo anno, continuando a camminare come ho sempre fatto a testa alta, rimboccandomi le maniche per far star su la baracca, senza proclami e senza lamenti plateali. Del resto, non sono mai stato alla ricerca di consensi, o pensieri solidali, e continuerò anche a scrivere schiettamente, seppur di meno, perchè è nel mio DNA. Cercherò però di perfezionarmi nel distinguere le sincerità, dalle ipocrisie, e le maschere dai veri volti. Porterò avanti con umiltà le mie attività lavorative quindi anche la divulgazione degli eventi che mi commissioneranno, fotografando e tramandando ai posteri, le emozioni (quanto meno le mie) che si provano.
Ma soprattutto continuerò a guardarmi intorno, cercando di capire quanto possa essere bella e importante la vita, nonostante il mondo giri al contrario, e nonostante quello che accade e accadrà quotidianamente. Anche se privo di una parte di me andata via, per il resto ho già TANTO, forse TUTTO .
Che sia un nuovo anno quindi, se non migliore come avremmo dovuto sforzarci di diventare NOI, che sia quantomeno diverso e più leggero. Auguri !!!!
wp-1609420005045.jpg
wp-1609420059859.jpg
di Pino Curtale

La porta bianca

Negli ultimi giorni mi sono recato spesso al cimitero. Ne sentivo il bisogno, quest’anno più che mai ne sentivo il bisogno, non certo aspettando il 2 novembre. E più mi inoltravo verso l’interno camminando per i viali, più mi rendevo conto quanto sia inesorabile il tempo nel trascorrere così velocemente. Mi accorgevo guardando le fotografie di tante persone che nell’arco di 365 giorni, hanno lasciato questa terra; tanti volti noti, e tanta gente che conoscevo di vista ma che non sapevo fosse andata via….così in silenzio.

E poi mi sono ritrovato davanti gli amici…i mie amici più cari con cui ho condiviso tanti momenti di vita. Di alcuni, non conoscevo neppure la collocazione, non essendo stato presente all’ultimo inevitabile saluto perché lo ritengo, un ultimo atto intimo riservato ai propri cari. Ma come si fa nelle compagnie allegre, delle quali abbiamo fatto parte, loro hanno richiamato la mia attenzione, e quasi subito mi sono ritrovato quindi al cospetto dei loro volti, ognuno ancora così come lo ricordavo, quasi intaccato nel tempo che da passato ritorna presente. Mi passavano in mente le loro voci, le loro frasi, e proprio in quei momenti, capisci veramente che anche se in un’altra vita magari più bella, loro sono sempre accanto a noi a custodirci e guidarci.

Cammini tre le rose, e incontri gente che conoscevi di vista, soprattutto quei genitori e nonni, che sono come un patrimonio della società, se non dell’umanità. Io quando osservo, scrivo con la mente pensieri, che se non svaniscono appena passato quel momento, metto poi su un immaginario foglio e conservo. Ogni tanto li riprendo, perchè mi aiutano a riflettere e prendere a volte anche decisioni importanti. Sono appunti in cui mi ritrovo spesso, come questo che scrissi tempo fa, fissando una porta di un ospedale, e tutte le persone che la attraversavano.

“In fondo ad un corridoio vi è una porta, ogni giorno cambia colore, sempre più chiaro, fino a diventare bianca. Una porta che separa due mondi, se la apri trovi un volto sereno che ti mette in pace. Trovi un sorriso che indossa un bellissimo vestito e che ti ricorda un giorno, … il più bello della tua vita. Trovi chi bacia una dedica a quasi sessanta anni d’amore. Trovi chi ha cercato di domare quella brutta bestia che si chiama tristezza. Trovi il luccichio di occhi che si incrociano. Trovi una ultima mano tesa a voler trattenere un volo . Trovi la rabbia dell’impotenza. E trovi chi legge il cielo alla ricerca di una stella. Poi, la chiudi quella porta, combattendo con una forza contraria che vorrebbe trattenerti, ma la chiudi. E subito dopo, dal quel bianco, appena sopra la maniglia, uno scritto evanescente, a fatica lo leggi… sono le parole di chi fu una Madre per tanti proclamata Santa: Anjezë Gonxhe Bojaxhiu, meglio Conosciuta come Teresa di Calcutta.

<Non so come sarà il cielo, ma so che quando si muore e arriva il momento in cui Dio ci giudicherà. Lui non chiederà “Quante cose buone hai fatto nella tua vita?”, piuttosto chiederà, “Quanto amore hai messo in quello che hai fatto?”>

Oltre quella porta bianca, hai già visto tutto di quel che è appena andato via, ma da questa parte, c’è ancora tanto da vedere, attraverso un unico abbraccio, un unico Cuore, un unico AMORE….la Famiglia.”

Tra quei vialetti, che profumano di eterna primavera, mi è ritornato alla mente questo mio scritto di appena un anno fa e mai pubblicato. E mentre lo ripassavo alla memoria, pian piano, arrivai lì a dover per forza accettare un sorriso che non c’è più, toccato da quel raggio di sole che ha deciso in quel momento, di illuminarlo di più. Poco ancora il tempo passato, ma quanto basta per evidenziare che quella porta bianca, in fondo al corridoio della vita, è purtroppo presente ogni giorno della nostra esistenza su questa terra.

di Pino Curtale

“Siamo tutti apprendisti in un mestiere dove non si diventa mai maestri” (Ernest Hemingway)

L’altra sera sfogliavo una rivista (w il cartaceo), dove si raccontava la storia di un ragazzo arrivato in Italia dall’ India, e che senza alcun sostentamento, ma armato di coraggio e sacrificio, è riuscito a studiare quanto basta ad ottenere un lavoro. Ora è tornato al suo paese con l’intenzione di poter continuare lì la sua vita. Non ringraziava nessuno in particolare, ma la nostra nazione per avergli dato la possibilità che nel suo paese non avrebbe potuto avere. Nel leggere quella storia, mi è venuta in mente un’altra, ascoltata e che poi ho raccontato sui social come un semplice episodio, ma che mi ha commosso, e sono andato alla ricerca di quel racconto. Oggi, non so perchè, ma mi è risalita la voglia di raccontarla nuovamente, questa volta sul blog, che è il mio taccuino di viaggio…correva l’anno 2015.

“Vi sono momenti, che non sai se è meglio avere con te una fotocamera o un registratore. Un ragazzo con poco più di 20 anni, col classico zainetto in spalla, che bussa prima di entrare e chiede permesso. Poi si presenta e comincia con quello che ascolto da sempre, e cioè il tentativo di vendere i prodotti di bigiotteria del proprio paese, il Pakistan. Io preferisco offrire qualche moneta senza nulla in cambio, e da lì comincia il suo racconto, con l’espressione del suo viso che muta in espressioni di una umile felicità. Mi dice che il suo cuore non sarebbe in pace se accettasse il denaro senza darmi qualcosa, ed allora io tranquillizzandolo, chiedo solo da quanto tempo fosse qui in Italia….”Dal 2011 che sono qui, dopo aver girato tanto, ora sono a Reggio, e studio italiano, perfeziono l’inglese, e mi do da fare per poter vivere e tornare al mio paese. Cronometro il mio tempo nel mio lavoro, in quanto è prezioso come i miei “gioielli”. Mi chiede se potessi aiutarlo a capire perché il suo telefono non va su internet, e nel manovrare i vari menu applicativi, io continuo ad ascoltare lui che prosegue il suo racconto sfogliando e mostrandomi con orgoglio foto di bambini stupendi…SONO I SUOI NIPOTINI E FRATELLI, rimasti in Pakistan. Io ormai sono seduto ad ascoltare da 15 min, e vorrei che continuasse a raccontare, ma dopo avergli sbloccato la connessione, mi domanda: Come ti chiami ?? Giuseppe, ma tutti mi conoscono come Pino rispondo, e lui (letteralmente): Pino, io tra tante persone che ho visto, sei una delle più gentili e brave, hai saputo ascoltare, hai avuto pazienza e mi hai aiutato a “capire” ma ora devo andare, ho fatto solo tre negozi, e il lavoro non mi aspetta, scappa…..” A questo punto, andato via, mi è rimasto un senso di vuoto: avrei voluto registrare quel racconto per riascoltarlo, ma il vuoto più grande è non ricordare più il suo nome, o forse attratto da quelle parole, non l’ho nemmeno chiesto. Le storie belle o brutte, le incontri per caso e ti rendi conto di quel che siamo noi……………be…l’aggettivo AGGIUNGETELO VOI !”

Ecco, questo è quanto scrissi al tempo di quando lo incontrai, in seguito era ripassato salutandomi da lontano, non lo chiamai in quanto ero occupato, poi non l’ho più visto. Quel giorno, mentre lui raccontava, io gli scattai una foto, e notando un certo imbarazzo, gli chiesi se avessi potuto usarla e mi rispose di si, ma non la pubblicai. D’altronde ero più attratto dalle sue parole e dalla sua semplicità nel chiamare le cose, basta pensare che ha definito “lavoro” bussare ai negozi per qualche spicciolo. Be, quando si dice che il lavoro nobilita l’uomo, questa ne è la prova, ma purtroppo è quando questo lo rende simile alla bestia , che è il fenomeno da capire oltre che da studiare.

E’ da giorni che rovisto l’archivio, quella foto l’ho trovata e la pubblico ora, ma con misto di tristezza e gioia. La prima nel dover oggigiorno contrapporre la semplice umiltà di un ragazzo straniero, all’arroganza ed il perbenismo di alcuni adulti discriminanti italiani, la seconda per averlo conosciuto ed ascoltato, e questo mio ricordo lo considero un omaggio alla sua voglia di farsi strada. Spero stia bene ovunque si trovi.

di Pino Curtale

“Mamma”, la parola più bella sulle labbra dell’umanità. (Khalil Gibran)

11136754_813529092017013_4022414890483145437_n

C’è sempre un tempo in cui dobbiamo fare i conti con la realtà della vita. Puoi pensare che un momento non arrivi mai, ma prima o poi arriverà… E’ il tempo del distacco, è un tempo definito maledetto, ma in verità è giusto. Il maestro Andrea Camilleri, diceva : “Quando nasci ti danno un biglietto indecifrabile, dentro il quale c’è scritto tutto. Le malattie, il successo, l’insuccesso, gli incontri importanti… Anche il giorno e l’ora della tua morte. È nel ticket, è nel prezzo del biglietto.”

Aveva ragione il Maestro, e anche Mamma quel biglietto l’ha ricevuto 85 anni or sono, senza saper cosa vi fosse scritto. Io ho cominciato a decifrarlo per lei, circa 10 anni fa, ma ho fatto fatica, non riuscivo a capirne il significato, oppure non volevo capirlo, come del resto neppure mia sorella, tanto meno mio padre. Pian piano, appariva chiaro il concetto, e allora mi ponevo delle domande. Una di queste era: Perché il ciclo della vita e gli episodi correlati, possono ad un tratto diventare come una roulette russa e così…. in maniera del tutto casuale, quella centralina del nostro corpo, che tutti noi pensiamo possa essere perfetta, di nome CERVELLO, decida improvvisamente di funzionare male e come un orologio guasto, a girare in senso antiorario ? Nessuno , neanche il più grande “costruttore” e specialista del settore, è mai riuscito in questi casi a risolvere l’errore di programmazione ? Evidentemente NO. Il morbo di Alzheimer, è una delle più brutte malattie che si possano incontrare, puoi rallentarne il processo degenerativo, ma non lo puoi fermare. Allora ci convivi, con le varie fasi, con i mille problemi, e soprattutto con lo sconforto. Io, noi, possiamo ritenerci “fortunati” in quanto l’iter di Mamma dopo le difficoltà iniziali sue personali dell’accettazione di tale stato, è stato tutto sommato sereno. Il sentirti improvvisamente “nessuno” ti annienta, erano le sue parole quando cominciava a vedersi sfuggire di mano le percezioni della logica, delle cose, delle persone.

Poi, è tornata “BAMBINA”, una bambinona con cui giocavamo, ridavamo, e affrontavamo la giornata “a turni” ed è stato anche bellissimo. Lo dico però con un senso di colpa, per esserci stato poco in quel grande gioco. Preso dal lavoro, da altre cose, ero quello che passava meno tempo con lei. La perdita della parola pian piano, le ha sviluppato un metodo comunicativo diverso, il più bello…il sorriso, gli sguardi.

Gli occhi sono lo specchio dell’anima, e lei era un’anima buona, rivelatasi ancor di più negli anni. Dura con l’educazione da impartire ai figli a cui non ha mai fatto mancare nulla, amorevole con i suoi alunni, severa quanto basta a far capire le cose giuste e le cose sbagliate, generosa con gli amici. Non parlo della maestra Egidia, in quanto Mamma, ma di UNA MAESTRA d’altri tempi, di quelle che tutti gli alunni di allora ancora ricordano per il metodo d’insegnamento abbinato all’affetto per ognuno di loro. Affetto conservato fino all’ultimo giorno prima della discesa verso l’oblio.

Gli ultimi 10 giorni io li ricorderò tra quelli più tristi per aver assaporato la mia impotenza davanti a lei, ai suoi occhi che mi seguivano per dirmi forse “ciao sto partendo” e a quei sorrisi che si erano già spenti. Già il mio rapporto con la fede era cambiato tre anni fa, quando rischiai di perdere Papà, oggi più che mai, l’ho rafforzato, in quanto si deve CREDERE in qualcosa. Non è, e non sarà la fortuna a segnare il corso delle cose, ma qualcosa molto al di sopra di essa, nel bene e nel male. Vi sono mille modi di pregare, ma lo si deve fare in modo convinto, ed io ho visto accolte tante mie preghiere.

Se di fortuna devo parlare, preferisco ritenermi fortunato per avere una famiglia che mi ha sempre sostenuto nelle scelte e nelle difficolta, a cominciare da mia sorella che mi ha risparmiato tanti dispiaceri. Posso ritenermi fortunato anche di avere un numero non quantificato di Amici che mi hanno riversato tutto l’affetto possibile, e mi hanno fatto da cuscinetto per attutire il dolore. Questa si, posso magari definirla fortuna.

L’assenza di un genitore, non è fotografabile, altrimenti vedremmo cose che prima sembravano non esserci, o comunque non visibili. Per cui, allora immagini di parlarci ancora, per dire almeno GRAZIE.

Grazie Mamma, per avermi dato la vita, per avermi formato, per tutte le volte che abbiamo litigato, per tutte le volte in cui ci sei passata sopra e per tute le volte che mi hai lodato. Cerca di perdonami invece per tutte le volte che ti ho delusa, e per tutte le volte che ti ho fatto preoccupare, ma soprattutto PERDONAMI per non essere stato con te quanto avrei dovuto. Io egoisticamente faccio finta come se nulla fosse, che tu stia qui ancora a parlarmi con uno sguardo, stringermi la mano, e a stingermela forte fino a farmi male per rimproverarmi se necessario.

Tu di viaggi non ne hai mai fatti, hai sempre rifiutato l’idea, ma spero che almeno questo, l’unico, sia bellissimo, se non altro perchè rivedrai i tuoi fratelli di cui non ti sei neppure accorta della loro assenza.

Ciao MA’

di Pino Curtale