Alla continua ricerca della storia in un tempo lontano

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Sono bastate poche ore per salire sulla macchina del tempo e rituffarsi nel lontano passato.

Per il secondo anno consecutivo infatti ha avuto luogo a Roccella, la parata storica rievocante costumi e gesta della corte di Carlo Maria Carafa, ma con qualche piccola modifica rispetto all’edizione targata 2012. A differenza di quanto organizzato lo scorso anno dall’Istituto E.Maiorana e dal Liceo Scientifico P.Mazzone, quest’anno l’organizzazione dell’evento, ha visto coinvolte le diverse associazioni presenti nella nostra cittadina, convocate precedentemente dal comune ed invitate a collaborare alla riuscita della manifestazione. Ma il compito più importante è stato affidato all’associazione “Roccella com’era” in quanto questo gruppo si è sempre impegnato a divulgare, attingendo da fonti storiche, le tradizioni , la cultura e la storia di Roccella. E proprio perchè questa è la direzione verso cui va sempre la sua nobile attività associativa , è stata ritenuta la più idonea alla ricostruzione storica dell’epoca e a far si che il corteo e gli attori avessero una più realistica similitudine con quanto accaduto nel lontano 1683.

E’ stato riproposta infatti come lo scorso anno, la “Chinea” ossia l’omaggio che il re di Napoli faceva al papa ogni anno , in segno di sottomissione, e che appunto in quell’anno vide Carlo Maria Carafa, ricoprire questo ruolo al posto del re. Presenti anche quest’anno i ragazzi di Mazzarino in Sicilia due sono stati i cortei, uno popolano ed uno nobiliare, che come nella scorsa edizione hanno reso vivo e festoso il centro storico della “Città” cosi veniva chiamata infatti la parte alta dove ancora si eleva incollato alla rupe, l’antico maniero fortificato e residenza principale dell’allora principe, per poi confluire entrambi in un unico “largo” e unificarsi sfilando fino ai piedi del Castello (oggi suggestivo Teatro) dopo aver percorso l’intero corso cittadino mostrando tutto il suo splendore coreografico alla popolazione e con in conclusione l’atto finale appunto della “Chinea”.

E’ stato così anche modificato il percorso stabilito originariamente, e sulla base della esperienza precedente , per poter così permettere a tutti di assistere a questo bellissimo momento e che voci autorevoli, fino a qualche mese fa, davano per non più realizzabile, per ovvi e deducibili motivi, ma che per la ferma volontà dell’amministrazione comunale e con lo sforzo sinergico di quanti hanno in qualche modo partecipato , si è concluso con uno scontato ed impareggiabile successo riscosso anche da quanti sono accorsi dai paesi limitrofi, la cui rappresentanza è stata affidata ai vari sindaci con i relativi gonfaloni.

Ben vengano quindi eventi come questo, e speriamo ancora di ripercorrere la nostra storia assistendo a spettacoli del genere che non ci fanno dimenticare le nostri radici e che ci spingono a cercare tra gli archivi con la voglia di rivedere oltre che conoscere come erano i nostri agglomerati urbani ed i suoi abitanti tantissimi anni fa ma che contestualmente possono essere un indotto e un volano turistico-culturale, anche se purtroppo limitato a brevissimi ma quantomeno intensi periodi dell’anno.

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di Pino Curtale

Quel pub non sarà pìù lo stesso…..

Foto reperita dal web

Foto reperita dal web

Per l’ennesima volta siamo costretti a gridare: “Ma come si può morire così….non è possibile”.

Sulla strada ormai si gareggia , non si transita, e quindi ormai molti si sentono padroni del mondo, di quel mondo di balordi pronti a dimostrare ai propri simili che si possono accettare sfide inimmaginabili, e si possono anche vincere. Ma le sfide vere e proprie sono quelle davanti le quali ci pone ogni giorno la vita, ed ogni giorno quando ti alzi affronti la giornata con un programma ben preciso da portare avanti e cerchi di concluderla in serenità più o meno soddisfatto o deluso per le cose fatte o non fatte. Mai puoi però pensare che ti alzi dal letto con l’idea di una passeggiata in bici benefica e tonificante massaggiato dal fresco del mattino prima di affrontare l’afa del giorno, e non tornare a  casa…….mai più. Roberto aveva pensato di iniziare proprio così un nuovo giorno di vita e non avrebbe mai potuto immaginare che sarebbe stato anche l’ultimo.

A 52 anni spegnere l’interruttore della vita, in un modo banale e senza neppure rendersene conto, senza neanche avere il tempo di guardare qualcuno negli occhi, è soltanto puramente assurdo. La rabbia accentuata dal semplice fatto che la tua fine è arrivata per colpa di un idiota in preda a………………………………….Metteteci voi qualcosa su questi puntini perchè io veramente non saprei cosa metterci . Volete dare la colpa alla crisi anche per questo ? si parla solo di questo oggi ,e risparmiatemi qualunque giustificazione del tipo Assicurazione scaduta, Patente scaduta, perchè non aveva i soldi o aveva problemi. Niente potrà dare un senso a ciò, di errori se ne commettono ogni Santo giorno e si combatte per risolverli nella maniera più idonea ed andare così avanti, ma non c’entra niente con l’omissione di soccorso o il voler sfuggire alle proprie responsabilità, dando solo una possibilità, magari anche l’unica esistente , a chi  di colpa ha solo quella di essersi trovato nel posto sbagliato e nel momento sbagliato.

Come si fa dico io, a camminare per strada a piedi o con qualunque mezzo, per lavoro o per diletto con la paura che qualcuno in un giorno di ordinaria follia ti venga addosso e decreti la tua ultima ora senza che neanche Dio abbia potuto decidere per te ?

Una bellissima canzone,riferendosi alla Vita, ha come testo: Voglio viverla così…col sole in fronte….ma purtroppo per Roberto, quel sole appena sorto e che lui si gustava pedalando, è subito tramontato ….questa volta per sempre.

di Pino Curtale

Fotografare con gli occhi bagnati

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Da quando ho abbracciato il progetto Shoah dell’amico Domenico Scali, ho avuto come obiettivo primario, il recarmi personalmente in quei luoghi tanto tristemente rinomati per accrescere la voglia di conoscenza di quanto ho sempre letto nei libri di storia, ma non avrei mai immaginato di provare quelle intense emozioni che Domenico stesso mi aveva preannunciato. Lui, che è alla seconda esperienza, un giorno mi disse: “Entrare in quei luoghi e guardare con i propri occhi, è una immedesimazione indescrivibile di quello che accadde in quell’orribile periodo. …..mai dimenticherò ” Diceva bene infatti, Oltrepassati i tornelli di accesso, subito ti trovi difronte a quel cancello maledetto con quella scritta sovrastante che tradotta recita: “Il lavoro rende liberi”, illusione per chi arrivato li era convinto che sarebbe entrato in un luogo di lavoro ma non avrebbe mai immaginato cosa lo aspettasse realmente.

Ti trovi a percorrere i viali delineati dal filo spinato allora elettrificato da ben 360 volts, a scoraggiare chiunque avesse avuto la banale idea di fuggire verso la libertà, e sei spinto ad entrare in quei “blocchi” numerati che avevano ognuno uno scopo ben preciso, come il blocco numero 11 detto anche blocco della morte. Lì venivano rinchiusi i prigionieri politici, specie polacchi, e condannati dopo  processi “proforma” costituiti da sole sentenze e senza difese, a morire o di stenti, di inedia in agonia, o forse i più fortunati all’esecuzione con un solo colpo alla nuca, risparmiandogli così un pò di sofferenza. Si percorrono corridoi poco illuminati e scale con i gradini consumati solo da un lato, principalmente quello del muro chissà perchè, e ti trovi di fronte ad un cancelletto, unico passaggio al cortile delle esecuzioni collettive. Il muro della morte è ancora li, intriso di buchi e di pallottole che ti induce a soffermarti a dire una preghiera, o a deporre un fiore anche semplice o rovinato, e colto magari in un angolo di qualche viale adiacente, sempre se sei fortunato a trovarlo, in quanto ad Auschwitz, anche l’erba si rifiutava di crescere. Nei saloni tutti i reperti recuperati, come montagne di capelli di cui per via del tempo non si distingue più il colore originale, scarpe di ogni genere, e valige di cartone con i nomi dei proprietari ben visibili e indelebili. Più ti addentri in quei saloni e più trovi oggetti ben conservati, attorniato da foto dell’epoca scattate dalle stesse SS come a trofeo di quello che loro orgogliosamente stavano facendo.

Uscito dal blocco, una pioggerellina nebulosa, rendeva  ancor di più surreale l’ambiente ed il luogo in cui mi trovavo. Poi Auschwitz 2 Birkenau, campo esclusivamente di sterminio per quelli che loro consideravano appartenenti alla “razza non pura”. Entrando li ho avuto la sensazione di entrare in un cimitero, un sacrario dove tutto è rimasto così come era in quegli orribili anni, ho avuto qualche difficoltà a scattare le foto in quanto l’emozione faceva sì che la mano fosse un pò tremante mentre contemporaneamente, la guida raccontava gli eventi descrivendo perfettamente quello che io cercavo di immaginare. Scattavo quasi a raffica come se volessi creare una sequenza ben precisa ed immortalare quelle scene perchè convinto che nella mia mente non vi fosse spazio sufficiente ad immagazzinare quello che stavo osservando con l’orrore disgustoso riflesso nei miei occhi bagnati. Una distesa notevole di “baracche” sia di mattoni che di legno delle quali molte non più accessibili o addirittura distrutte con il solo “camino” rimasto li, a testimoniarne la presenza in un tempo remoto. Quelle rimaste quindi, bastano a farti capire l’immane tragedia consumata in quel posto, li dentro il tempo pare si sia fermato, anche l’odore non è andato via nonostante gli anni. Cammini….Cammini e vedi tutto avvolto in un religioso silenzio tombale,  poi un bosco che sembra non far parte di quella scenografia talmente era bello, ma tra gli alberi e la luce filtrata, intravedi quel che rimane dei forni crematori distrutti e prima costruiti lì, proprio per voler nascondere quella mattanza, nonostante il fumo acre e nero si notasse anche dalle baracche lontane e non presagiva niente di buono a quei poveretti rinchiusi.

Su quelle macerie, dei lumini lasciati come su un ossario in segno di omaggio a quelle vite divenute ceneri. Esco da quel campo dopo aver avuto il permesso di salire sulla torretta dell’ingresso principale, quella da dove si vedevano i vagoni di carichi umani entrare e che sovrastava tutto il campo. Solo da lì ho potuto notare l’immensità di quel posto. Varco l’uscita con il volto tirato e senza un minimo accenno di sorriso neanche verso coloro che mi hanno accompagnato. Tranquillizzato da chi prima di me ha provato le stesse emozioni, il mio sguardo si perde insieme a quel binario ormai fortunatamente “morto”. Esterrefatto come se avessi visto un film dell’orrore, così è stato per me. Poi a completare un percorso prefissato, la visita alla fabbrica di Oskar Schindler, colui che dopo aver conquistato la fiducia dei tedeschi, li ha corrotti comprando 1100 di quelle vite salvandole cosi dal genocidio, e rammaricandosi di non aver potuto fare di più. In quel luogo è stato ricostruito un ambiente virtuale ad hoc che ti fa sentire parte integrante, ascoltando in sottofondo come in lontananza tutti quegli effetti sonori reali più che mai e che ripropongono la vita di allora come l’abbaiare feroce dei cani o il suono sordo e terrificante delle mitragliette attorniato da figure ed immagini tridimensionali tecnicamente perfette ma che ti riconducono tristemente a quanto visto qualche ora prima nei campi di Auschwitz-Birkenau.

Ora torno a casa con una valigia in più colma di tristi emozioni e carico di sensazioni che mai avrei pensato di provare ma che mi spingono ancor di più a contribuire anche con il mio racconto fotografico e insieme a Domenico a completare un domani quello che lui ha iniziato tempo fa.

Portare agli altri la nostra esperienza rimane l’obiettivo principale, con la speranza di trasmettere quanto provato. I tasselli da sistemare sono tantissimi quanti sono gli orrori  perpetrati nei confronti di quegli esseri umani, uomini, donne, bambini e che avevano la sola colpa di essere ebrei.

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di Pino Curtale